Ciò che il cuore conosce oggi, la testa comprenderà domani.

Seneca
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domenica 9 novembre 2014

La mia forza



La mia forza




Non so davvero quale forza sia 

Che mi spinge ad amare ogni colore 

Che mette in moto la mia fantasia

E che trasforma in arte anche il dolore

Con mille stoffe belle fra le mani

Mille progetti belli nella testa

Più leggero io sento il mio domani

E l’anima la sento quasi in festa

I colori, le forme, i fiorellini

I quadretti, le linee ed i puntini.

Il country, il batik, in ogni sfumatura

Sono per la mia anima una cura.

Disegnare, cucire, colorare.

La vera gioia è fare, non avere.

Questa spinta non so da dove arriva

Ma senza lei non mi sentirei viva.

domenica 27 ottobre 2013

One moment in time




Un meraviglioso testo su una meravigliosa musica in una meravigliosa interpretazione

domenica 21 aprile 2013

Pietà per la nazione





Pieta’ per la nazione i cui uomini sono pecore
e i cui pastori sono guide cattive
Pieta’ per la nazione i cui leader sono bugiardi
i cui saggi sono messi a tacere
Pieta’ per la nazione che non alza la propria voce
tranne che per lodare i conquistatori
e acclamare i prepotenti come eroi
e che aspira a comandare il mondo
con la forza e la tortura
Pieta’ per la nazione che non conosce
nessun'altra lingua se non la propria
nessun' altra cultura se non la propria
Pieta’ per la nazione il cui fiato e’ danaro
e che dorme il sonno di quelli
con la pancia troppo piena
Pieta’ per la nazione – oh, pieta’ per gli uomini
che permettono che i propri diritti vengano erosi
e le proprie libertà spazzate via
Patria mia, lacrime di te
dolce terra di liberta’!


Pier Paolo Pasolini

mercoledì 4 gennaio 2012

La mia amica Paola mi ha fatto conoscere questa poesia di Gabriel Garcia Marquez.
La scrisse quando gli fu diagnosticato un tumore alla gola.
E' una poesia triste, ma bellissima.
Sicuramente molte di voi la conosceranno....ma è così bella che rileggerla è sicuramente un piacere.




IL BURATTINO DI STRACCI

Se per un istante Dio dimenticasse che sono un burattino di stracci e mi ragalasse uno pezzo di vita, probabilmente non direi tutto ciò che penso, ma sicuramente penserei molto a ciò che dico.
Darei valore alle cose, non per quello che valgono ma per ciò che significano. Dormirei poco, sognerei di più, sapendo che per ogni minuto che chiudiamo gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce.
Camminerei quando gli altri si fermano, starei sveglio quando gli altri dormono.
Ascolterei quando gli altri parlano e mi godrei un buon gelato al cioccolato!
Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei in maniera semplice, mi sdraierei beato al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima.
Mio Dio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sopra il ghiaccio e attenderei il sorgere del sole.
Innaffierei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle spine e il bacio incarnato dei loro petali…
Dio mio, se io avessi un pezzo di vita… Non lascerei passare un sol giorno senza dire alla gente che amo, che l’amo. Convincerei ogni donna ed ogni uomo che sono loro i miei prediletti e vivrei innamorato dell’amore.
Agli uomini dimostrerei quanto sbagliano pensando che smettono d’innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono d’innamorarsi.
Ad un bambino darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo. Ai vecchi insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia, ma con l’oblio.
Tante cose ho imparato da voi uomini…
Ho imparato che tutto il mondo vuole vivere in cima alla montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel modo di salire la scarpata.
Ho imparato che quando un neonato stringe per prima volta il dito di suo padre con la sua piccola mano, lo afferra per sempre.
Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro dall’alto verso il basso soltanto quando deve aiutarlo ad alzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma in realtà non potranno servirmi molto, perché quando leggerete questa lettera starò morendo!



giovedì 12 agosto 2010

a gentile richiesta


Dalle mie amiche del nord mi è stata richiesta la traduzione della poesia (ma dico io...!).
Ma siccome io alle mie amiche ci tengo, eccole accontentate......




Il gelsomino della signora Maruzzedda

Da bambina io cantavo
affacciata al balcone
fra il basilico e il rampicante
e mi sentivo una cantante vera.

Il pubblico di sicuro non mi mancava,
i vicini di casa mi dicevano: “brava!”
ed io cantavo ancora più contenta.
Ero felice e spensierata.

Mia mamma mi cuciva i vestitini.
Mio fratello disegnava macchinine.
Mio padre che mi abbraccia e che mi bacia
e dice :”Sei la festa di questa casa!”

La strada era un teatro e tutti quanti
Eravamo attori e pubblico pagante.
Si alza il sole e si alza il sipario…
…e si illumina tutto lo scenario.

L’arco di pietra, il cortile, il pozzo.
Dentro una gabbia canta un uccellino.
Lenzuola bianche stese al vento.
Il profumo dell’aria ancora sento.


Chi puliva davanti la propria porta,
chi vendeva le uova in una sporta,
c’era chi rinnovava il lievito,
chi chiacchierava senza fare niente.

Il gelsomino della zia Maruzzedda
riempiva di profumo tutto il vicolo
e la zia Gnazzidda con le figlie signorine
davanti la porta lavorava maglia.

Le signorine erano parecchie
E le chiacchiere non finivano mai…!
Ognuna credeva di essere la più bella
e la più desiderata del vicolo.

Quando passava qualche giovanotto
non vi racconto quello che accadeva…
“mamma, ma per chi passa quel ragazzo?
Guardava lei. No…guardava me!”

Poi c’era sempre quella più impicciona
che sparlava di tutti i passanti…
“guarda quella come cammina altera,
sembra una santa e invece ha l’amante!”

La zia Vitidda, della porta accanto,
si metteva la giacca alla rovescia.
Mia mamma le diceva: “non te ne sei accorta?”
Lei: “Aspetto ospiti”, e poi rideva.

I maschietti giocavano a mileca,
le femminucce invece a mosca cieca,
ma tutti ci incantavamo a guardare
quando mio padre si metteva a dipingere.

Nel cortile il muro era diritto
e a lui fungeva da cavalletto.
Una sedia, i pennelli, i colori,
Tutto era già pronto per la pittura.

Un grande telo fissato al muro
dalla mattina fino alla sera
e tutta Sciacca vista dal mare
Piano piano si vedeva comparire.

Sono altri tempi, ma del passato
nel mio cuore tutto è disegnato.
e i profumi della mia infanzia
li tengo chiusi dentro un barattolo.

Adesso, ogni tanto, quando leggero
sento l’odore del gelsomino,
Tutto ritorna. Provo nostalgia.
Ma è soltanto una parte della mia vita!

martedì 10 agosto 2010

Lu gelsuminu da za Maruzzedda






Sabato scorso si è svolta la cerimonia di premiazione del “Premio di letteratura e poesia V.Licata”.
La cerimonia si è svolta in un’atmosfera semplice ed elegante.
Di grande valore gli ospiti d’onore a cui è stato assegnato il premio speciale “La magnifica identità siciliana” per aver esportato nel mondo, con il loro lavoro e il loro prestigio le caratteristiche migliori della nostra terra.
Il premio consisteva in una riproduzione in ceramica del Melqart, ed è stato assegnato al tenore Pietro Ballo, al giornalista scrittore Stefano Malatesta ed al puparo regista Mimmo Cuticchio.
Io nella sezione poesia dialettale mi sono classificata al secondo posto con la poesia
“Lu gelsuminu da za Maruzzedda”
Qui vi posto la mia poesia ed alcune foto della cerimonia.
Per approfondimenti vi rimando al sito dell’Altrasciacca,
http://www.laltrasciacca.it/
associazione a cui vanno tutti i miei ringraziamenti per aver creato questo evento che è un verde germoglio culturale in una terra assetata di cultura, ma non arida.
Una terra che ha bisogno solo di più attenzione da parte di chi avrebbe mezzi e strumenti per coltivarla, ma evidentemente poca voglia di farlo.



Lu gelsuminu da za Maruzzedda


Quann’era picciridda iu cantava,
‘nta lu finistruneddu m’affacciava
tra lu basilicò e lu rampicanti
e mi sintìa davveru na cantanti.

Lu pubblicu sicuru ‘un mi mancava,
li vicineddi mi ricìanu: “Brava!”
e io cantava ancora cchiù cuntenti.
Era felici e nun pinzava a nenti.

Me matri mi cusìa li vistineddi.
Me frati disignava machineddi.
Me patri chi m’abbrazza e chi mi vasa
e dici: “Sì la festa di sta casa!”

La strata era un teatro, e tutti quanti
eramu attori e pubblicu paganti.
Acchiana u suli e acchiana lu sipariu…
…e s’illumina tutto lu scenariu.

L’arcu di petra, lu cuttigghiu, u puzzu.
Rintra ‘na iaggia canta n’acidduzzu.
Linzola bianchi stinnuti a lu ventu.
Lu profumu di l’aria ancora sentu.


Cu puliziava avanti a la so porta,
cu vinnìa l’ova ch’avìa ‘nta la sporta.
C’era cu arrinnuvava lu criscenti,
cu chiacchiariava senza fari nenti.

Lu gelsuminu da za Maruzzedda
inchìa di sciàuru tutta la vanedda
e ‘a za Gnazzidda cu li figghi schetti
davanti a porta chi facìa quasetti.

Fimmini schetti ci n’eranu assai,
e li riscussi nun finìanu mai…!
Ognuna si sintìa ch’era ‘a cchiù bedda
e la chiù corteggiata da vanedda.

Quannu passava qualchi giovanottu
nun vi lu ricu soccu succirìa…
“Matri, ma pi cu passa stu picciottu?
Talìava a idda. No….taliava a mia!”

Poi c’era sempri chidda cchiù sparlisa
chi ci liggìa la vita a li passanti…
“Talìa la tizia chi camina tisa,
pari ‘na santa e mmeci avi l’amanti!”

La zà Vitidda, di la porta allatu,
la giacca a la rivessa si mittìa,
Me matri ci ricìa : ” ’un ti n’hai addunatu?”
Idda: “ospiti aspettu”, e poi rirìa.

Li masculiddi iucavanu a mmileca,
li fimmineddi mmeci a mosca ceca,
ma tutti ni ‘ncantavamu a talìari
quannu me patri si mittìa a pittari.

‘Nta lu cuttigghiu lu muru era rittu
e a iddu ci facìa di cavallittu.
Na seggia, li pinzeddi , li culura,
tuttu era prontu già pi la pittura.

Na tila di linzolu ‘nta lu muru
di quannu agghiorna finu a quannu è scuru
e tutta Sciacca, vista di lu mari,
araciu araciu si virìa spuntari.

Sunnu atri tempi, ma di lu passatu
‘nta lu me cori tuttu è disignatu,
e li profumi di l’infanzia mia
li tegnu chiusi rintra na bunnìa.

Ora, ogni tantu, quannu finu finu,
sentu lu sciauru di li gelsuminu,
tuttu ritorna . Provu nostalgia.
Ma è sulu un pezzu di la vita mia!



Grazie ancora

lunedì 10 maggio 2010

cosa sto facendo?

Cosa sto facendo, boh!
Sto facendo tante cose, forse sto riflettendo, sto riorganizzando le idee.
Ma noi creativi siamo così:
Ci guardiamo intorno, stiamo mesi senza fare apparentemente nulla, ma è quasi una gestazione, tutto tace e poi all'improvviso... un vagito, un pianto e una grande gioia.
Intanto vi posto questa poesia di Neruda.


Ode alla vita

Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle 'i'
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge, chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli si chiede qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

Pablo Neruda

martedì 15 settembre 2009

"cantu amaru"

con molto ritardo pubblico la motivazione con la quale la giuria ha voluto assegnare il primo premio alla mia poesia "cantu amaru"



“Cantu amaru”.

Poesia evocativa di un amore mediterraneo, forte nella sua brevità e feroce nella descrizione. Nonostante i versi brevi, il poeta riesce a rendere la sua emozione attraverso le parole usate, a volte non facili a volte dure, ma che ottengono il risultato di far trasparire tutto il sentimento che dedica al suo amore.


grazie ancora

martedì 4 agosto 2009

Cantu amaru

Cantu amaru

…E vulissi cantari un cantu amaru
Chinu di rabbia forti
E amuri raru
Lu dedicassi a tia chi nun mi senti
Cori di petra
E facci d’innuccenti











Sabato scorso ho avuto la gioia e l'onore di ricevere un premio letterario per una poesia in dialetto che avevo scritto parecchi anni fa, ma che era rimasta chiusa in un cassetto della mente.
Ci sono cose che con il tempo si dimenticano, altre che ti rimangono scolpite dentro e che non si cancellano nemmeno se lo vuoi.
Quando ho saputo che si stava dando il via a questo concorso, non pensavo di partecipare.
Mi sentivo fuori tempo e fuori luogo.
Poi qualche giorno prima della scadenza, all'improvviso, ho sentito che dovevo mandare quella poesia.
In fondo... perchè no!
Se fra le mille che avevo scritto e dimenticato, quella mi restava ancora dentro, qualcosa voleva dire!
Ho stampato e stracciato quel foglio non so quante volte, non so perchè, non sono timida, ma è molto difficile aprire agli altri la parte più delicata e vulnerabile di noi stessi, ma alla fine ce l'ho fatta, ho spedito.
Adesso sono felicissima.
Non mi sono montata la testa.
Mai prendersi troppo sul serio.
Ma sono felice di aver superato quella paura iniziale e ancora più felice di aver fatto il primo posto nella mia categoria.
La serata finale si è svolta in un'atmosfera molto bella, nell' ex Chiesa di Santa Margherita a Sciacca.
Vi posto qualche foto e il link se volete saperne di più su questo evento.

http://www.vincenzolicata.it/
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